A spasso nelle NoLands

Pubblicato: ottobre 22, 2018 in Mumble mumble...

Ben ritornati cari amici, quel che vi voglio consigliare stavolta non è un romanzo, né una poesia, ma un piccolo gioiellino che potrete utilizzare nelle vostre serate di GDR.

Il modulo di cui vi parlo è stato pubblicato dalla NoLands Comics, una prolifica casa editrice di materiale fantasy che potete sfruttare nei momenti di relax sul divano con un loro fumetto, con un atlante descrittivo del loro universo narrativo o con i vostri amici in una adrenalinica serata di pure GDR.

Il modulo si intitola “Il sogno di Mirn” e… vi lascio alla lettura!

anteprima

pdf_logo Il sogno di Mirn – recensione completa

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Quindici giorni passati in un lampo.
La prima puntata è stata scaricata da molti di voi, è piaciuta… e quindi che dire?
Grazie innanzitutto e poi… eccovi il secondo episodio!

Il primo capitoletto l’ho scritto io ed ho avuto l’onore di scegliere il nome della “lei”. L’ho descritta dal punto di vista di “lui” ma ora le carte si scombinano.
Ora tocca ad Anna Maria introdurre il secondo protagonista… Andrew. In ogni capitolo Anna ed io ci alterneremo per mettere continuamente a confronto i nostri stili ed i punti di vista dei diversi protagonisti. Speriamo di divertirvi e di tenervi col fiato sospeso per tutta l’estate.

Buona lettura!

Copertina 3d

2 – Andrew

Diletta Marchall se ne stava lì, seduta su una sedia di ferro, fredda, e anonima.

C’erano diverse persone, di ogni età che, sedute come lei che attendevano il loro turno. La sala d’aspetto del reparto oncologico del Memorial Hospital era un posto che mai avrebbe voluto conoscere.

Quando si sente parlare di tumore, alla gente si stringe lo stomaco, il sangue si gela nelle vene. Faticano ad immaginare una microscopica creaturina, che all’improvviso spunta dal nulla e s’insinua nella loro vita, sotto la loro pelle, e comincia lentamente a succhiarne con avidità l’anima.

Spesso senza tregua, fiero di vincere il più delle volte. Fissava il led luminoso che, con una lentezza estenuante, annunciava il suo turno. Il 109. Era diventata un numero, e una volta entrata nello studio medico del dottor Andrew Folder, la sua vita sarebbe cambiata. Aveva paura.

Entrò nello studio e si sedette sulla sedia nera, con lo schienale alto, posta al lato opposto a quella del medico. Il dottor Folder era un uomo di bell’aspetto, distinto, alto, moro, e con un paio di occhiali dalla montatura scura.

“Buongiorno signorina Marchall, venga si accomodi”.

Davanti a lui, sulla scrivania, c’era un plico di scartoffie, paroloni, termini medici che in buona sostanza, noi profani, non comprenderemo mai fino in fondo. Tumore vuol dire cancro, morte.

“Signorina… i suoi esami hanno dato, purtroppo, esito positivo… Carcinoma al seno”.

Continuava a parlare, ma lei non riusciva più a sentire bene ciò che diceva. Le elencava le cure, le terapie che avrebbero adottato subito, immediatamente. Il respirò le sì fermò e il cuore le sembrò avesse cessato di battere. Si alzò di scatto, e fuggì da quella stanza. In quel momento voleva solo correre, in qualunque altro luogo che non fosse quello. Voleva respirare di nuovo. In lacrime prese le scale e le scese di corsa. Si ritrovò fuori dall’ospedale. Continuò a correre.

Quella sera a casa non cenò nemmeno. Staccò la spina del telefono. Voleva stare da sola, al buio a metabolizzare.

Il suo desiderio d’isolamento però fu esaudito solo per un paio di giorni.

Una sera sul tardi, infatti, qualcuno bussò ripetutamente alla porta del suo appartamento.

“Signorina Marchall… mi apra per favore!
So che è in casa, sono il dottor Folder”.

Aprì gli occhi a fatica. Stava quasi per addormentarsi quando suonarono alla porta. Era chiusa in casa da giorni. La notizia del cancro l’aveva fatta precipitare nel buio più totale. Digerire una tale sventura, da sola, non era cosa facile, non subito almeno. Quindi la compagnia di un ottimo vino rosso italiano le avrebbe fatto dimenticare, per poco ovviamente, quello che stava accadendo.

“ Arrivo, arrivo! “ gridò mentre si dirigeva verso la porta d’ingresso.

“Chi è?” chiese, guardando dallo spioncino.

Sapeva chi era. In punta di piedi, non era molto alta, aveva riconosciuto il suo viso, nonostante lo avesse visto solo una volta in vita sua, due giorni prima, nel suo studio medico.

“Buonasera signorina Marchall, sono Il Dottor Folder”.

Diletta aprì la porta. Era ancora stordita dal vino, ma pensò che non meritasse di rimanere sulla soglia. Infondo non era colpa sua se lei aveva il cancro.

“ Prego si accomodi”, rispose un po’ scocciata.

“Cosa diavolo vuole?” aggiunse aggrottando la fronte e lanciandogli uno sguardo di sfida.

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Per chi volesse scaricarsi il file e leggerselo comodamente sul proprio e-book reader…

pdf_logo 2 – Andrew

pdf_logo Rapsodia in nero Cap 1-2

 

 

 

Vrooooom!
Si parte! ^_^

Copertina 3d

1 – Diletta

Non riusciva a credere d’esser giunto fin lì.
Non si capacitava della cosa.

Ne era meravigliato e allo stesso tempo inorgoglito.

La sua vita era stata semplice, quasi monotona prima dell’arrivo di lei.
Un bravo marito, dedito alla casa, al lavoro. Fedele e premuroso.
Un uomo arrivato. Per i canoni di giudizio che usava prima.

Ora le cose erano cambiate ed era giusto rivalutare il giudizio che aveva di se stesso.
Si piaceva così com’era. Era cresciuto, o meglio, si era sviluppato.

Era partito da una base anche buona, ma gli eventi l’avevano stravolta. Lui li aveva cavalcati.
Inizialmente era rimasto travolto dalle onde, ma poi era tornato in superficie. Si era adeguato, aveva nuotato con tenacia per approdare in un porto nuovo. Diverso.

Lei era il suo nuovo tutto.

Quel che prima gli riempiva le giornate, la vita… ora non significava più nulla per lui.

Lei lo aveva ghermito, intrappolato nelle sue fauci e in mezzo a quegli artigli lui aveva ritrovato una ragione per vivere. Si era accoccolato tra le sue grinfie, aveva trovato un angolo tiepido e si era lasciato trasportare nel covo per essere piacevolmente sbranato.

Ma non si considerava una vittima. Non si era comportato come una marionetta gestita da un abile burattinaio. Anzi, aveva messo molto del suo. E i risultati erano sotto i suoi occhi.

Se qualcuno gliel’avesse detto tempo fa non ci avrebbe creduto. Avrebbe riso della cosa e l’avrebbe scacciata senza darle peso. Ora invece se ne stava qui. In piedi, troneggiante. Fiero di esserci. E aveva compiuto il suo primo omicidio.

Le mani non gli tremavano come aveva visto fare molte volte nei film. La gambe lo sorreggevano e non si sentiva sprofondare né cadere a terra. Credeva che sarebbe ceduto vittima di un primitivo istinto di fuga, ma lei glielo aveva detto. Non sarebbe successo, perché lui era un puro. E come tale sarebbe stato candidamente votato a quel gesto. Non lo avrebbe rigettato né avrebbe provato paura, pentimento o altri sentimenti inquinanti.

Avrebbe goduto dell’attimo, si sarebbe adagiato nella contemplazione e così era successo.

Lei aveva avuto ragione in tutto. Lui ne comprendeva l’essenza di questo sacro momento.

Non poteva rimanere lì a lungo, ma stava assaporando ogni istante. Non avrebbe più avuto la possibilità di toccare con mano una tale ampiezza emotiva e quindi inspirava dalle narici ogni elemento di quella stanza d’albergo.

Poi si mise le mani in tasca, frugò e si accese una sigaretta. Lo faceva sempre da dopo averla conosciuta.
Prima nemmeno fumava, ridicolo.

Un fluttuante e sinuoso serpente di fumo di sollevò dalla sua bocca, lo guardò svanire e poi, come si era ripromesso, se ne andò. Prese il soprabito, la valigetta, alzò il bavero e uscì senza voltarsi.
L’ultimo sguardo non serviva, tutto era ben impresso nella sua mente.

Imboccò il corridoio con sicurezza, lo attraversò a viso basso ma non per codardia. Seguiva solo le sue istruzioni. Arrivò alla porta dell’ascensore ma impugnò la maniglia della porta a fianco. Scese usando le scale di sicurezza, portavano nel retro dove sapeva che avrebbe trovato una laterale che lo avrebbe fatto sbucare nella “quinta” iniettandosi nell’anonimato di quel fiume di persone.

Alzò un braccio, un taxi si fermò e tre minuti dopo era già di ritorno nella sua vecchia vita.

Lei si chiamava Diletta.

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